Intervista a Daniele Barraco

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Daniele Barraco

Abbiamo fatto una bella chiacchierata con Daniele Barraco, Hasselblad Ambassador e – lo diciamo con orgoglio – carissimo amico di DgTales. Daniele è un ragazzo alla mano, ma competente e molto professionale. Non gli piacciono le maschere ed è consapevole dei suoi limiti, che negli anni si sono dimostrati più uno strumento per crescere che una zavorra. E’ bello sentirlo parlare con onestà del suo percorso e scoprire qualcosa di più su cosa lo ispira e come di prepara agli shooting. 

Parlaci di te: chi è Daniele Barraco per chi non lo conosce?

Sono Daniele e sono un grande appassionato di fotografia. Sono un ragazzo di 36 anni che non ha mai perso l’entusiasmo di fare quello che ama fare, inseguendo un grande sogno che piano piano, mentre si sta realizzando, allo stesso tempo si trasforma in qualcosa di ancora più grande. Ho imparato ad essere un ottimista, col tempo, per necessità, ed ho capito che questo modo di porsi nei confronti della vita porta realmente dei benefici concreti. Non sono legato a particolari religioni o a filosofie specifiche, sono una persona molto pragmatica, a volte anche troppo, ma ho sperimentato sulla mia pelle che l’essere positivi, oltre ad essere contagioso per gli altri, rende la quotidianità meravigliosa ed unica e ci garantisce un pieno di energia per affrontare le sfide lavorative.

DB Photography è ormai una realtà affermata sia offline fra i professionisti che online sui social: che differenza c è tra l’uomo e il professionista? Si sovrappongono?

E’ una domanda interessante… ma “purtroppo” non credo di soffrire di bipolarismo come la maggior parte degli artisti del calibro di La Chappelle e Van Gogh, credo invece di essere una sovrapposizione, o meglio, una somma di entrambi i ruoli.
Amo molto lavorare ma amo molto anche non lavorare, ovvero riflettere sul percorso che sto intraprendendo, cercare di guardarlo da punti di vista differenti, quasi disinteressati, in modo da coglierne con obbiettività la coerenza e la continuità. Se devo essere sincero, non ho maschere quando lavoro e non mi sento più libero quando non lavoro, sono sempre me stesso, cerco di prendere il meglio da entrambi i mondi per poter crescere con serenità ogni giorno.

Nella vita di tutti i giorni cosa ti stimola? Cosa ti influenza e come ti fa muovere all’interno della tua professione?

Oltre ad essere una persona molto pragmatica amo anche il lavoro manuale e artigianale, mi piace insomma sporcarmi le mani ed essere parte attiva. Credo che questa caratteristica si rifletta in ambito lavorativo perchè sul set non mi risparmio, mi piace costruire, spostare, osservare e di nuovo modificare posizioni delle luci, del punto di ripresa… diciamo che non sono quel tipo di fotografo che ama farsi passare la macchina fotografica dall’assistente. Non c’è nessuna strategia dietro, solo la reale necessità di sentirsi protagonista  come parte attiva, se devo mettere del nastro adesivo ad un fondale o un gaffer per bloccare dei cavi non mi tiro indietro, anzi lo faccio con piacere pensando sia uno dei tanti tasselli fondamentali per realizzare al meglio il lavoro. Ripensandoci credo mi colpì molto una frase di Oscar Wilde in cui diceva una cosa più o meno così’ “ci sono momenti in cui l’arte raggiunge quasi la dignità del lavoro manuale”, senza doverci soffermare sulla definizione di arte sono assolutamente d’accordo con il Signor Wilde.

 

Chi o cosa vuoi diventare?

Sinceramente sono contento di me stesso, ma credo anche che questa mia felicità sia in parte legata all’intervista di oggi…. intendiamoci… non sono affatto scontento di me ma credo che si possa fare sempre meglio parlando di risultati oggettivi, ad esempio fotografie di miglior qualità. Ragionando inversamente, quello che non cambierei mai è sicuramente il mio approccio semplice, concreto ed entusiasta al lavoro ma anche alla vita, non è sempre comodo lo ammetto ma è il modo più naturale che ho di relazionarmi con gli altri. Mi piacerebbe essere in futuro un po’ più calcolatore in certe situazioni e meno emotivo.
Insomma, sembra che io mi stia accettando… ma magari ne riparliamo fra qualche anno, ok?

Quali sono i tuoi limiti? Riesci ad esserne consapevole e a sfruttarli a tuo favore?

Ahhhh… ho tantissimi limiti, sono pieno di limiti, ma il limite io lo vivo come una sfida, o meglio come un compagno di viaggio, talvolta amichevole ed altre scomodo, che ti permette, con un po’ di consapevolezza, di poterti migliorare.
 Non credo sia interessante elencarli tutti perchè ci vorrebbe tempo e molta pazienza, ce ne sono alcuni che ho ancora difficoltà ad accettare… ecco, sento già che sto per innervosirmi… a parte gli scherzi, è importante conoscere i propri limiti e poterci lavorare sopra a proprio vantaggio, sarebbe una sconfitta accettarli così come sono senza prenderne atto in maniera costruttiva. In quanto esseri umani e persone creative non possiamo fermare questo processo evolutivo di crescita interiore per paura di uscire dalla nostra comfort zone, dobbiamo riuscire ad accogliere l’incertezza come uno stimolo, pensando di essere allo stesso tempo il problema ma anche la soluzione.
E’ tutta questione di equilibrio e punti di vista ed è tutto nelle nostre mani.

Studi in anticipo il soggetto che devi fotografare o improvvisi? Riesci ad immaginarti quello che il soggetto vorrebbe da te?

E’ sempre questione di equilibrio, regola i momenti di shooting, studio in anticipo il soggetto ma lascio anche grande spazio all’improvvisazione. Mi documento su chi devo fotografare, se non lo conosco, e cerco di capire che foto sono state fatte in passato con l’intento di non ripeterle, sarebbe inutile. Sul set utilizzo i miei schemi di luce e pre-illumino le varie situazioni di ogni location in modo da essere pronto a scattare, da lì in avanti è tutta improvvisazione e la fotografia lascia spazio alla ricerca di un’empatia, la foto diventa un pretesto per conoscere meglio il soggetto ed instaurare una confidenza maggiore che porterà inevitabilmente ad un risultato intimo e personale a livello fotografico. Non sono un veggente e non mi metto a pensare a come mi potrebbe “vedere” il soggetto, in linea generale, se mi devo mettere nei suoi panni, mi piacerebbe non essere infastidito con richieste strane o avere la sensazione di essere lasciato in mano a qualcuno che non abbia idea di cosa sta facendo. Riflettendo in questo modo cerco quindi sempre di mettere a proprio agio i miei soggetti, cercando di essere il più veloce possibile, sono infatti un grande estimatore della sintesi… tranne nelle interviste dove divento logorroico con piacere…

La capacità quindi di mettere a proprio agio il soggetto è una cosa che si può imparare?

Credo di si onestamente! Credo sia in parte frutto di carattere e percorsi personali che influenzano questo modo di relazionarsi e in parte è dovuto sicuramente, nel mio caso, all’educazione avuta dai miei genitori. Non sono mai stati troppo severi ma mi hanno insegnato cosa significhi il rispetto. Ecco, il rispetto è un elemento fondamentale per scattare buoni ritratti.

Che approccio usi nei confronti del soggetto? Varia a seconda di chi ti trovi di fronte?

I miei soggetti sono tutti uguali, lo dico da tempi non sospetti quando ancora non avevo avuto l’occasione di fotografare leggende delle musica o attori così famosi, ed ora, lo dico con maggior convinzione. Non ci sono per me soggetti di serie A e soggetti di serie B, se diventi mio soggetto sei trattato con molto rispetto e inevitabilmente, anche se fosse solo per 5 minuti di shooting, finiremmo per conoscerci entrambi un po’ di più. La differenza c’è, da parte del soggetto ovviamente: una persona abituata a stare davanti ad un obiettivo ha una consapevolezza sensibilmente differente rispetto alla persona commune che non è abituata e che quindi si trova subito in difficoltà. In quei casi cerco di rassicurare il soggetto, di levare la fotocamera dal viso e di parlare con lui/lei come se fossimo lì solo per conoscersi, fotografare una persona è una cosa intima che richiede, in ogni caso, la giusta delicatezza.

Dal punto di vista psicologico, come gestisci l’ansia dei giorni che precedono lo shooting?

Pur essendo positivo mi aspetto immancabilmente situazioni catastrofiche in ogni shooting fotografico, le paranoie ricorrenti sono sempre le solite: soggetto capriccioso e ingestibile, location inaccessibile all’ultimo minute, guasti tecnici irrisolvibili… diciamo che mi preparo sempre al peggio per essere pronto a tutto e devo dire, pur obbiettivamente esagerando, che alla fine è un approccio che negli anni mi ha salvato da situazioni spiacevoli, tendo sempre ad avere un piano B, una “via di fuga” per poter comunque risolvere il lavoro nel migliore dei modi, possibilmente senza che nessuno se ne accorga. La mia tensione è tutta il giorno prima dello shooting ma ho capito che quella che io chiamo tensione in realtà è adrenalina pre-shooting. Il giorno dello shooting infatti sono immancabilmente radiante e positivo ancora prima di iniziare e appena lo shooting inizia nello stesso tempo avverto una senzazione di relax progressiva.

Parlando di attrezzattura in senso generale cosa rappresenta per te, come ti aiuta, come ti vincola, come ti fa superare ostacoli?

E’ inevitabile dire che l’attrezzatura migliore è quella che dà accesso alla tecnologia più recente e che quindi, per molti versi, semplifica e rende più stimolante il processo creativo. L’attrezzatura è parte integrante del mio lavoro e della mia visione fotografica, fortunamente mi limita e mi vincola a dinamiche precise grazie alle quali è praticamente impossibile perdersi e, in certi versi, suggerisce perfino metodologie di lavoro. Ricordo ancora il trauma la prima volta che ho usato una Hasselblad… era difficilissimo, era lenta, pesante, dopo qualche mese poi ho capito invece che quelli che io consideravo apparentemente limiti erano invece dei grandi pregi, quella macchina mi ha messo in moto il cervello obbligandomi a pensare prima di scattare. Non è una cosa scontata, soprattutto oggi che, con la tecnologia digitale, abbiamo la possibilità di scattare migliaia di foto alla velocità della luce, si è un po’ perso di vista la ricerca dello scatto perfetto spostando l’attenzione e i dialoghi sui numeri: megapixel e iso su tutti.

Ci sono altri campi professionali che offrono stimoli per il tuo lavoro?

Il mio percorso artistico nasce da musicista, la musica per me è stata da sempre educazione ma anche grande divertimento. Quasi trentenne sono poi passato alla fotografia, un passaggio naturale per me, quasi un’evoluzione o meglio, un completamento. Questa sensazione evolutiva l’ho poi percepita nuovamente qualche anno fanno in concomitanza con la realizzazione dei miei primi videoclip musicali. Credo che l’esigenza di esprimermi anche attraverso il video sia dettata dall’unione delle due passioni, musica e fotografia. Credo infatti che il video, oltre ad essere naturalmente la somma di suono ed immagini in movimento, riassuma in modo efficace il mio massimo senso di espressione artistica. Così com’è stato per i grandi fotografi del passato, Nadar, Karsh, Halsman e Penn, sto iniziando a riscoprire i grandi registi che hanno fatto la storia Dreyer, Ozu, Donan, Antonioni.

Nel tuo immaginario di fotografo alle prime armi pensavi a scenari e situazioni che effettivamente hai ritrovato nella realtà? 

Sinceramente ho sempre avvertito un senso di inadeguatezza con conseguente necessità di volersi migliorare. Questa è una sensazione che avverto da sempre, fin da bambino, non credo ci sia una causa particolare ma credo fondamentalmente legato al mio carattere. Per me la sfida più grande è sempre stata quella di provare a rivaleggiare con i grandi professionisti, in qualunque settore, senza presunzione, con il solo intento di applicarmi con il massimo delle mie forze cercando di imparare da chiunque fosse più bravo e preparato di me, tutti! E’ facile intuire che in un percorso autoregolato dove la tua volontà è quella di avere un miglioramento costante e possibilmente rapido, finisci per creare un mondo che va oltre la realtà, dove per certi versi sei preparato anche a scenari che nella realtà non esistono. Il senso di inadeguatezza, se gestito nel modo giusto, senza troppa frustrazione, porta inevitabilmente ad un miglioramento globale sotto tutti i punti di vista.
Avevo difficoltà a parlare in pubblico, o meglio, non mi sentivo a mio agio, grazie a questo approccio ora non ho più problemi e spesso, durante certi eventi dove è richiesta la mia partecipazione attiva mi devono levare il microfono per farmi smettere. Fondamentalmente tutto quello che facciamo è il prodotto del nostro modo di essere ma allo stesso tempo condiziona quello che facciamo.
Forte di questo incosapevole allenamento intensive, col tempo, ho constatato che la realtà lavorativa era più semplice di come l’avevo idealizzata!

Come vivi il confronto con altri artisti e colleghi fotografi?

Amo il confronto ma devo anche ammettere che sono un po’ permalosetto…
Questa sfumatura del mio carattere però non mi impedisce di raccogliere le critiche con l’intento di migliorare quello che sto facendo. Non provo invidia per gli altri fotografi più bravi e più avanti di me, ogni fotografo, così come ogni persona, ha un percorso unico e quindi non andrebbe nè invidiato nè giudicato. Sarebbe un po’ come invidiare o giudicare una persona perchè ha i capelli biondi o gli occhi azzurri… non ha senso! Provo molta stima e molto rispetto per tutte le persone che creano qualcosa, mi affascina osservare come lo fanno, magari in maniera molto diversa da come potrei crearla io, può piacermi o meno, ma questo non è un dato oggettivamente interessante. La cosa interessante è capire il percorso fatto da altri creativi e cercare di applicare ed adattare le loro intuizioni al tuo processo, credo sia una parte di quello che chiamiamo evoluzione.


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